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3. Età medievale.
L’VIII e IX secolo rappresentano un momento di stasi, oltre il quale l’attività artistica riprende nel X secolo con una notevole intensità e porta ad una moltiplicazione delle opere architettoniche. Le tipologie antiche si modulano e arricchiscono di forme e combinazioni volumetriche e l’opera di progettazione rivolge la propria attenzione anche ai complessi monastici.
Nel X secolo la rinascita dell’architettura armena è associata al nome di Tiridate, architetto di corte del casato dei Bagratouni, che risulta aver diretto il delicato lavoro di restauro della cupola di S. Sofia a Costantinopoli nel 989, distrutta da un terremoto. Successivamente Tiridate riprese la sua opera precedentemente iniziata ad Ani, che divenne da allora centro della sua attività. Muovendo dalla basilica a tre navate cupolata, egli arricchì le pareti esterne con capitelli di piccole dimensioni, eleganti finestre e sottili colonne, conferendo alla struttura una maggiore leggerezza, senza tuttavia toglierle il carattere monumentale. Molte chiese del tempo sono arricchite da decorazione parietale ad affresco, ma soprattutto a rilievo, di cui si rivestono in particolare le pareti esterne e il cui vertice è rappresentato dalla chiesa della Santa Croce di Aghtamar (X secolo).
Il medioevo armeno è altresì caratterizzato dalla fioritura di un genere scultoreo che gli è peculiare ed unico. Si tratta del Khatchkar, letteralmente Croce-pietra (khatch, ‘croce’, kar, ‘pietra’), consistente in una stele lapidea di forma parallelepipeda (ma centinata negli esemplari più antichi), spesso di grandi dimensioni, scolpita su una faccia a bassorilievo, in forma di croce più o meno riccamente ornata e contornata da cornici a motivi di intreccio, inserita ad incastro in un apposito basamento ricavato da un blocco di roccia.
In generale, i khatchkar hanno il semplicissimo (e insieme profondissimo) significato di contrassegnare con la Croce luoghi e tempi della vita e della memoria, ovvero di costellare l’esistenza del ‘Segno’ (Nshan) per eccellenza, come gli armeni chiamano altresì, a modo di sinonimo, la Croce.
Il Medioevo artistico armeno, grazie all’invenzione dell’alfabeto, conosce pure, in relazione all’attività di copiatura di manoscritti, lo sviluppo dell’arte della miniatura che appare per certi versi collegata alla pittura murale delle chiese, per quanto ci è dato di conoscere dagli esigui resti di quest’ultima. Dal VI secolo la miniatura armena si evolve e tocca il vertice per raffinatezza del tratto e qualità dei colori nel XIII secolo, quando si distingue Toros Roslin, considerato per certi aspetti un parallelo armeno dei precursori del Rinascimento italiano.
Anche l’oreficeria, che pure ha un andamento indipendente e più incline alle dotazioni delle chiese degli oggetti di arredo liturgico, è coinvolta direttamente nella fioritura dell’arte libraria e concorre ad arricchire molti manoscritti di preziose rilegature in argento a sbalzo e a cesello, spesso adornate di smalti e pietre preziose.
Una menzione a parte meritano i tappeti armeni, che nel Medioevo godono di una fama tale da essere ricercati dagli arabi e ricordati da Marco Polo come “i migliori del mondo”, fino ad entrare nello scenario figurativo di alcuni dipinti del Rinascimento italiano.
4. Età moderna.
Dal XVI secolo l’arte armena, soprattutto nell’ambito decorativo, tende ad assorbire stilemi e canoni estetici delle altre culture orientali vicine. Sopra ad ogni altra forma resistono nella loro originalità l’architettura e la scultura di khatchkar, dove il genio artistico armeno ha saputo dare il meglio di sé.
La pittura armena riacquista posizione nell’Ottocento grazie a Hovhannes Aivazovski (1817-1900), che si distinse soprattutto nella pittura di paesaggi marini, risentendo in qualche modo dell’influsso di Turner. Tra Otto e Novecento ricordiamo Zakar Zakarian (1849-1923), vicino alla sensibilità pittorica francese, e per il XX secolo Harutiun Ajemian (1904-1965), che, formatosi in Occidente, si fa carico di tematiche riguardanti il popolo armeno.
Tra gli scultori dell’età moderna ricordiamo Hagop Gurdjan (1881-1948), autore di raffigurazioni di particolare intensità per introspezione psicologica, mentre per l’architettura va menzionato Toros Toromanian (1864-1934), considerato il padre dell’architettura armena moderna.
Tra i pittori dell’Armenia sovietica ricordiamo, infine, Martiros Sarian (1880-1972), dall’originale pittura di paesaggio, e Minas Avetissian (1925-1975), che può esserne considerato l’erede. Ma la pittura di paesaggio è presente anche in autori armeni vissuti e viventi in Occidente, come Arshile Gorky (Vosdanig Adoian, 1904-1948), che guardano alla loro terra con l’intensità e la nostalgia che caratterizzano il senso d’appartenenza del popolo armeno.
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