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3. L’età medievale tra stasi, decadenza e rifioritura letteraria.
I secoli successivi all’età d’oro segnarono un lungo periodo di stasi generale e, per certi versi, di vera e propria decadenza, quanto alla creatività letteraria, ma non esente da una pur sempre utile produzione compilativa e dalla prosecuzione del lavoro di traduzione di testi dal greco e da altre lingue antiche.
Soltanto dall’epoca di prosperità e pace inaugurata dalla dinastia dei Bagratidi (Pakradouni, 895-1100) si comincia a registrare una sensibile fioritura letteraria che portò in un secolo la letteratura armena ai vertici di S. Gregorio di Narek (Grigor Narekatsi, ca. 945 - 1005), autore del Libro della Lamentazione, ritenuto il capolavoro del tempo, nonché una delle più rilevanti opere di poesia e mistica della letteratura universale, di tale importanza per il popolo armeno da essersi affermato quale testo più venerato e diffuso dopo la Sacra Scrittura.
L’armeno classico (krapar), che ha perso nel frattempo la purezza dell’età dell’oro in concomitanza al progressivo distanziarsi della lingua parlata, riscopre una stagione di ritorno allo stile classico: la letteratura armena entra così nella sua età d’argento, rappresentata dal XII secolo. Vi incontriamo figure di alto profilo quali S. Nerses Shnorhali ovvero ‘il Grazioso’, noto pure come Glayetzi (1102 ca. - 1173), Catholicos degli Armeni dal 1165, autore di un’importante Lettera enciclica e di altre opere e composizioni poetiche considerevoli, quali l’Elegia sulla caduta di Edessa (1146) e S. Nerses di Lambron (Nerses Lambronatsi, 1153-1198), Vescovo di Tarso e sensibile promotore della comunione delle Chiese, autore della Spiegazione alla Divina Liturgia (1177) e di altre significative opere; e ancora Gregorio di Skevra (Grigor Skevratsi, fine XII - I metà XIII sec.).
Un ruolo fondamentale nello sviluppo della letteratura armena fu svolto in questo periodo dai centri monastici, che dal VI secolo rappresentarono veri e propri punti di riferimento per lo studio, la formazione e la produzione letteraria quali attività profondamente integrate nella vita di preghiera ed ascesi e si moltiplicarono notevolmente nel IX e X secolo: S. Nerses Shnorhali poté definire i monasteri armeni “i pilastri del paese, le fortezze contro il nemico, gli astri luminosi della Nazione”.
4. Il secondo periodo di decadenza e i cenni di ripresa del XVII secolo.
La stagione di fervore letterario culminata nel XII secolo tende ad esaurirsi nei due secoli successivi, caratterizzati da nuove invasioni e violenze che coinvolsero i monasteri stessi provocandone il rapido declino. La situazione ulteriormente aggravata del XV e XVI secolo fa precipitare il processo di decadenza letteraria affossando l’intera vita culturale della nazione. La situazione giace in una stagnazione pressoché totale finché alcuni segnali di ripresa non vengono dall’operato dei Catholicos Movses (1629-1632) e Pilibbos (1633-1653), che restaurarono il centro monastico di Etchmiadzin, dove si distinguerà il monaco Arakel Tavrijetsi (1591/96-1670). Tra le personalità del Seicento armeno va inoltre menzionato Eremia Tchelebi Keumurgian (1637-1695), erudito ad ampio spettro, autore di numerose opere prevalentemente di carattere storico e geografico.
In tale periodo di decadenza la poesia profana precipita in forma scritta e la prosa si arricchisce di soggetti extrareligiosi. Tra i poeti popolari Nahabed Kutchak, attivo nel XVI secolo, compare nel deserto letterario del suo secolo quale raffinato autore di canti a soggetto amoroso. I poeti ambulanti accomunati da questo filone saranno designati con l’appellativo di ashugh e possono essere considerati gli equivalenti armeni dei trovatori e trovieri dell’esperienza letteraria occidentale.
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