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Dal X al XIII secolo, nel periodo dell’intensa fioritura della cultura armena, incentivata dallo sviluppo del Regno di Cilicia, anche la musica armena guadagna terreno all’interno delle scuole superiori, attive nei monasteri, dove gli studiosi si mostrano interessati anche ai problemi teorico-musicali, specialmente a quelli della notazione. In queste scuole si elaborano i libri di Manrusmunk, le raccolte di canti liturgici del Breviario e della Divina Liturgia (la Santa Messa), la notazione neumatica (khaz), ed allo stesso tempo è attuato l’insegnamento pratico del canto e della sua scrittura neumatica, che fissa i tratti caratteristici della musica armena dal X al XIII secolo. Si distinguono in particolare i monasteri di Tatev,
nel IX secolo, Kamrgiadzor, nel X secolo, e, fino al XII secolo, Haghpat, Sanahin e Narek. In quest’ultimo opera San Gregorio di Narek, che si profonde in una produzione musicale ricchissima, specialmente nei tagh, melodie melismatiche libere, di contenuto profondamente religioso e lirico. A Sanahin, nel sec. XII, prospera un “collegio di eloquenza e di musica”, mentre nello stesso periodo opera l’innografo S. Nerses Shnorhali.
Così, dal V secolo viene gradualmente a costituirsi un ricco patrimonio poetico-musicale, che sarebbe poi convogliato nel volume che nel secolo XI fu chiamato da Poghos Taronetzi col nome di Sharakan o, più correttamente, Sharaknotz (Innario), detto anche Ganzaran (‘scrigno di tesori’), collezione di inni sacri, in parte originali e in parte tradotti dalle liturgie greca e siriaca.
Alcuni inni risalirebbero, secondo la tradizione, ai tempi dei santi Sahak e Mesrop, cui sono attribuiti rispettivamente alcuni inni della Settimana Santa e gli Inni Penitenziali, dall’evidente carattere arcaico.
I soggetti di questi inni sono ispirati alla vita ed ai misteri di Gesù Cristo, della SS. Vergine Maria, dei SS. Apostoli e Martiri e dei Santi Padri della Chiesa; altri sono inni di intercessione per i defunti e per i giorni di penitenza o feriali. Lo Sharaknotz fu definitivamente riordinato da S. Nerses Shnorhali, che aggiunse a sua volta alcune proprie composizioni. Questi compose anche opere non direttamente indirizzate alla liturgia ma destinate ad essere cantate fuori dell’ufficio divino: così il lungo cantico Hissus Vordi (Gesù figlio).
La notazione musicale può essere distinta in tre forme succedutesi nel tempo: semiografica o neumatica antica; neumatica moderna; notazione europea.
a. - La notazione musicale semiografica o neumatica antica.
Gli innografi armeni usarono neumi antichi elaborati in sistema da Khaciatur Vartapet Taronetzi (XII sec.) che, secondo la tradizione, tradusse in notazione neumatica lo Sharakan. Questi neumi esistevano già nella notazione della musica religiosa armena e assunsero numerose forme e combinazioni.
b. La notazione musicale neumatica moderna.
Al sistema semiografico musicale antico succede quello moderno. Papà Hambartzum Limontzian (1768-1839) adotta, della notazione antica, soltanto una serie di segni neumatici, che chiama con nomi arabi. Di questa nuova notazione armena si servì il grande musicologo e musicista armeno Komitas Vartapet (1869-1935), che l’utilizzò come sistema stenografico per la trascrizione di più di 4.000 melodie di canti popolari e religiosi armeni.
c. La notazione musicale europea.
Prima ancora della riforma di Papà Hambartzum, era entrato in uso il sistema di notazione europeo, ma, per quanto concerneva la trascrizione dei canti liturgici, si ricorreva al sistema neumatico antico per i nuovi inni scritti da vari autori come il Venerabile Mechitar, il quale utilizzò gli antichi khaz, basandosi su melodie di antichi inni. Dalla metà del XIX secolo, giovani maestri diplomati nei conservatori europei presentarono composizioni originali e trascrizioni di canti popolari e liturgici, di musiche da concerto e di vario genere. Con le note musicali europee furono prodotte molte edizioni di trascrizione dell’Innario secondo varie tradizioni.
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