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Dopo un periodo di instabilità dinastica, nel 63 con l’accordo di Rhandeia l’ingerenza partica riesce a trovare sbocco nella nomina del re Tiridate (Trdat) I, insediatosi nella nuova capitale Artashat, che inaugura la dinastia degli Arsacidi, mentre è riconosciuto il protettorato di Roma sull’Armenia, che si farà carico dell’investitura dei sovrani. Tiridate viene, di fatto, incoronato re a Roma nel 66 da Nerone. A Tiridate I succede Axidares, ma la sua sostituzione con il fratello Parthamasiris viene considerata da Roma una rottura dell’accordo di Rhandeia e diviene l’occasione per l’annessione dell’Armenia.
Nel 114 l’Armenia è assoggettata come provincia romana da Traiano, ma la sua morte appena due anni dopo e la rivolta ebrea del 117 portano al ritorno all’assetto politico del trattato di Randeia.
Nel 226 l’avvento della dinastia Sassanide al trono di Persia comporta nuove tensioni per aspirazioni egemoniche e di assimilazione culturale e religiosa, acuite dalla conversione dell’Armenia al Cristianesimo all’inizio del IV secolo, ad opera di San Gregorio Illuminatore. La tradizione fa risalire al 301 la proclamazione del Cristianesimo quale religione di stato da parte del sovrano Tiridate III e al 303 la fondazione della cattedrale di St. Etchmiadzin.
Nei decenni che seguono l’Armenia è lacerata dal malgoverno e da divisioni e lotte intestine che espongono il paese ad invasioni e devastazioni continue.
Nel 387, in seguito alle vicende militari tra l’Impero romano d’Oriente e i sassanidi, il territorio armeno viene diviso in due parti: una regione che subisce l’egemonia bizantina, insieme ad una certa pressione culturale e religiosa, ed una parte rimasta sotto il controllo persiano, che riesce a preservare una più marcata identità etnico-culturale. Alla conservazione di tale identità è indirizzata e di fatto contribuisce in modo decisivo l’invenzione, nel 405, dell’alfabeto armeno, ad opera del santo monaco Mesrop Mashtoz.
Nel 430 la pressione della Persia sassanide ottiene l’estinzione della dinastia degli Arsacidi, con la deposizione del re Artashir, attuata dalla stessa nobiltà armena, che veniva a preferire l’autorità di un governatore persiano alla corruzione degli ultimi esponenti della casa regnante. Il re di Persia Yazdejard II approfittò della mutata situazione per tentare di convertire l’Armenia al mazdeismo per calcolo politico, ma provocò la sollevazione del popolo che si raccolse attorno a Vartan Mamikonian, il quale radunò 60.000 uomini e si preparò alla battaglia, che ebbe luogo il 2 giugno 451 nella piana di Avarair. La battaglia di Avarair si tradusse in una sconfitta per gli armeni, ma le perdite persiane furono tali che l’impegno su un altro fronte di battaglia rendeva insostenibile la prosecuzione della guerra in Armenia. Tale situazione indusse Yazdejard a rinunciare al proprio progetto; nel 485 col trattato di Nvarsak il re Valash riconosce formalmente agli Armeni libertà di coscienza e di culto ed è Vahan Mamikonian, nipote di Vartan, a ricevere dal sovrano sassanide il titolo di marzpan, cioè di governatore plenipotenziario.
Seguì un periodo di pace, che si esaurì con la ripresa degli attriti tra la Persia e Bisanzio, nel VI secolo. Con l’intensificarsi della pressione bizantina per la grecizzazione dell’Armenia, che verso la metà del VI secolo appare al culmine, la Chiesa armena reagisce al rischio di assimilazione assumendo nel II Sinodo di Dvin (552) una posizione chiaramente anticalcedoniana, pur nella sostanziale ortodossia dottrinale, e diviene autocefala.
La vittoria di Eraclio sui Persiani, nel 629, indusse ad un momentaneo riavvicinamento con la Chiesa greca, ma nel 642 la prima invasione degli Arabi, che progressivamente consolidarono il proprio dominio in Armenia, inaugurò l’alternarsi per quasi due secoli di continue vicende belliche e di rivolta sul ruolo armeno, con il coinvolgimento degli eserciti bizantini. Nel 774 gli arabi infliggono una pesante sconfitta agli armeni, con una strage che porta alla decimazione del casato dei Mamikonian e delle famiglie loro alleate.
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