Storia
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La situazione politico-culturale dopo la caduta del Regno di Cilicia e gli inizi del movimento di liberazione.

Il crollo dei regni della Grande Armenia, come della Cilicia, non significò la fine assoluta di ogni forma di autonomia: diverse casate principesche, aggrappate alle loro roccaforti tra le valli e le montagne impervie dell’Armenia, poterono, a volte anche per lunghi secoli, mantenere una loro propria autonomia.
Nella seconda metà del XIV secolo, la progressiva ascesa del potere ottomano nell’Anatolia centrale e occidentale e nei Balcani, e l’affermarsi in Iran della nuova dinastia dei Safavidi, condanna l’Armenia alla condizione di territorio conteso.
Nel 1461 il patto di Aman accorda all’Armenia occupata dagli Ottomani un certo grado di autonomia, ma il paese sarà ancora lacerato e diviso a fasi alterne nei secoli successivi; la stessa decisiva vittoria degli ottomani, nel 1585, che permetterà loro di annettere le regioni orientali dell’Armenia fino al Caucaso, non è che una fase tra le tormentate e altalenanti vicende dell’Armenia nell’età moderna, che spingono ulteriormente la cultura fuori dei confini del paese.
Negli anni 1509-1512 si assiste all’istituzione di una tipografia armena a Venezia; successivamente, soprattutto nel corso del ‘600, si svilupperanno in altre città europee numerosi centri dell’arte tipografica armena. Una pietra miliare di tale attività culturale è la prima edizione della versione armena della Bibbia nel 1666 ad Amsterdam. Il ‘600, soprattutto a partire dagli anni trenta, rappresenta un periodo di progressivo risveglio culturale e religioso, che riguarda in particolar modo le arti, l’architettura e la miniatura, e riceve nella prima metà del ‘700 uno speciale impulso ad opera di Mechitar di Sebaste, fondatore nel 1700 della Congregazione monastica che nel 1717 si stabilirà a Venezia e da lui prenderà il nome. Attraverso la mediazione di Mechitar e della sua Congregazione la cultura armena entra, con un’estensione ed intensità senza precedenti, nello spirito di un umanesimo cristiano permeato da una sensibilità autenticamente ecumenica.
Del resto, nelle condizioni di lacerazione e incertezza in cui versa la terra d’Armenia, i grandi nuclei della cultura del passato, quali erano i complessi monastici, seguono la sorte della crescente dispersione politico-sociale aggravata dalle continue migrazioni che investivano molti territori. A Costantinopoli si costituisce una prospera comunità armena e nel XVIII secolo la nuova capitale ottomana assumerà un’importanza culturale e amministrativa sempre maggiore per gli armeni occidentali (quelli dell’impero ottomano), mentre una simile funzione simbolica di ‘capitale’ andrà assumendo, nel contempo, per gli armeni orientali (quelli degli imperi persiano e russo) Tiflis (oggi Tbilisi), la città più fiorente del Caucaso nel Sette e Ottocento.
Nei primi decenni del XVII secolo lo Shah Abbas I, fallito il tentativo di cacciare gli ottomani dal territorio armeno, durante il ritiro costringe alla migrazione gli armeni della prospera città di Giulfa (Djugha, sulle rive dell’Arax) e delle zone limitrofe, insediandoli in Isfahan in funzione di catalizzatori sulle vie del grande commercio. Gli emigrati vi fondano la città della Nuova Giulfa (Nor Djugha), che si affermerà per tutto il ‘600 e parte del ‘700 quale floridissimo centro commerciale e culturale con un raggio di attività economica distendentesi dall’India fino all’Italia e alla Gran Bretagna.
Nel XVII secolo si intensifica l’attività di missionari latini animati dall’intenzione di realizzare l’unione della Chiesa armena con quella di Roma attraverso un processo di profonda latinizzazione che da un lato aggravò il disfacimento dell’unità etnico-nazionale degli armeni, dall’altro favorì un maggiore contatto con il mondo occidentale.
Nel 1677 un ‘consiglio segreto’ dei maggiori esponenti dell’aristocrazia feudale armena valuta la possibilità di liberare, con l’aiuto delle potenze cristiane, le regioni soggette alla Persia e agli Ottomani. Israyel Ori, dopo aver girato per le corti più importanti d’Europa venne dalle medesime indirizzato a chiedere aiuto alla Russia. Orì muore nel 1711 con l’unico risultato di aver suscitato l’interesse di Pietro il Grande per la questione armena. Questi, nel 1722 intraprenderà una campagna caucasica che però non porterà a termine per non compromettere l’equilibrio strategico con gli Ottomani. Delusi nelle attese e rimasti soli, per otto anni (1722-30) gli Armeni condussero vittoriosamente una lotta impari contro l’esercito ottomano che però alla fine ebbe la meglio, in seguito anche alla defezione di alcuni generali e principi armeni dopo la morte dell’eroico e sagace Davit’ Bek, coalizzatore delle forze ed anima della lotta.
La rivalità perso-ottomana che per secoli aveva lacerato il territorio, si conclude definitivamente negli anni 1735-36 con la conquista persiana della Transcaucasia meridionale, inclusa l’Armenia orientale.
Nella seconda metà del ‘700 si tentarono nuovamente alcune trattative diplomatiche, soprattutto ad opera del generale Hovsep Emin. I passi compiuti presso le corti di Eraclio II (1726-96), re della Georgia, e Caterina II di Russia per una coalizione anti-islamica, non diedero i risultati sperati. Le intenzioni infatti della Russia non erano quelle di fare della Georgia e dell’Armenia stati alleati autonomi, bensì di annetterle all’impero. Di fatto nel 1801 la Russia si affaccia sul Caucaso: la Georgia è occupata, poi, nel 1808, il Nakhitchevan e, nel 1813, il Karabagh e il Kantzak. Nel 1827 lo zar Paolo I annette i territori armeni col nome di Armianskaia Oblast. A ratificare la nuova situazione sarà il trattato di Turkmengy del 1828. Ma con il trattato di Adrianopoli del 14 settembre 1829 l’Inghilterra costringe la Russia a restituire all’Impero ottomano le provincie di Erzeroum, Kars e Ardahan.

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