Storia
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La questione armena e la catastrofe del Genocidio.

Il 17 marzo 1863 la Sublime Porta approva la Costituzione nazionale armena, organo elettivo destinato a regolare la vita della comunità armena nell’Impero ottomano.
Con il Trattato di Santo Stefano del 3 marzo 1878, seguito alla guerra russo-turca del 1876-1878, agli Armeni dell’Impero ottomano è promessa l’indipendenza (art. 16), ma l’Inghilterra, preoccupata dell’avanzata russa verso il bacino del Mediterraneo, riesce ad ottenere la revisione del trattato, al Congresso di Berlino, tenutosi dal 13 giugno al 13 luglio 1878: la Sublime Porta cede all’Inghilterra l’isola di Cipro, in cambio del proprio sostegno contro la Russia. L’articolo 16 è sostituito dal deludente articolo 61, in cui il progetto di autonomia dell’Armenia è mutato in una vaga promessa di riforme amministrative, disattese dal sultano Abdul Hamid, che decide di perseguitare gli armeni per smorzarne le rivendicazioni autonomiste.
Nel 1885 la Russia chiude ben 600 scuole armene nel Caucaso, spingendo la comunità a organizzarsi politicamente, tanto nei territori dell’Impero ottomano, quanto in quelli della Russia e pure tra gli armeni della diaspora: dal 1885 al 1890 vengono fondati i tre primi partiti politici armeni: l’armenakan (1885), lo héntchakian (1887), il dashnaktsakan (1890), contrassegnati dal comune obiettivo di avviare vere riforme e un processo di autonomia. Il governo ottomano reagisce col massacro, nell’agosto 1894, degli abitanti di Sassoun (oggi Samsun), e l’ondata di violenza antiarmena si diffonde in tutta l’Anatolia orientale dall’autunno 1895 alla primavera 1896, portando al massacro di oltre 150.000 armeni, che riescono almeno a respingere i turchi a Van et a Zeitun, in seguito ad eroici combattimenti.
Il 26 agosto 1896 il partito Dachnak decide di forzare le grandi potenze a far applicare l’articolo 61 del Congresso di Berlino: un drappello di 26 militanti occupa la Banca ottomana di Costantinopoli, ottenendo in reazione il massacro di 7.000 armeni residenti nella capitale.
Dopo tali trascorsi, la rivoluzione dei ‘Giovani Turchi’ del 1908 è accolta dagli armeni con una certa speranza di veder migliorare la propria condizione. Nello stesso anno viene fondato il partito ramkavar, che a differenza dei precedenti, d’ispirazione socialista, è di tendenza liberal-democratica, pur condividendone gli obiettivi nazionali. Tra i giovani intellettuali del Caucaso si fa strada anche l’ideale di rivoluzione socialista di Lenin, che condurrà alla formazione del partito comunista armeno. La rivoluzione porta, il 13 aprile 1909, alla deposizione del sultano Abdul Hamid, ma per gli armeni riprende la tragedia, perché contemporaneamente 20.000 armeni sono massacrati nella città di Adana il 1° aprile, e i Giovani Turchi instaurano un regime di ‘turchizzazione intransigente’, anche in reazione al disgregarsi dell’Impero. L’appello dei movimenti politici armeni alla comunità internazionale riescono a provocare l’interessamento di Francia e Inghilterra e ad avviare appena una procedura di ispezione nelle provincie armene quando la Turchia dichiara guerra all’Intesa il 1° novembre 1914, gettandosi nella Prima Guerra mondiale.
Con il conflitto mondiale, gli armeni si trovano divisi tra l’armata turca e quella russa. I Giovani Turchi tentano di guadagnare alla propria armata anche gli armeni delle provincie russe, ma accade esattamente il contrario: 180.000 armeni e 8000 volontari provenienti dalla Turchia raggiungono l’armata russa per liberare l’Armenia occidentale. Il 7 aprile 1915 la città di Van insorge e instaura un governo provvisorio armeno. Il governo turco dispone allora, col pretesto della “quinta colonna” che sarebbe stata costituita dagli armeni dei territori turchi, la deportazione in massa della popolazione armena nei deserti della Mesopotamia. Il 24 aprile 1915, l’arresto e l’assassinio di 600 notabili armeni di Costantinopoli, segna l’inizio del genocidio del popolo armeno, ovvero del disegno di annientamento da tempo deciso dal partito al potere “Unione e Progresso”. L’operazione gradualmente coinvolge gli armeni di tutte le province dell’impero ottomano, dando luogo ad un immane sterminio programmato con determinazione e mirato allo sradicamento totale del popolo armeno dal territorio anatolico. I militari armeni dell’esercito turco sono inviati ai lavori forzati e successivamente fucilati; nei territori orientali gli uomini validi sono fucilati appena fuori i loro villaggi, mentre le donne, i bambini e i vecchi intraprendono un cammino di centinaia di chilometri lungo i quali muoiono stremati dalle violenze dei miliziani, dalla fame, dalla sete, o sono spesso trucidati dai gendarmi o massacrati dalle tribù curde e turkmene circostanti. Nell’agosto del 1915 sono deportati gli armeni della Cilicia e dell’Anatolia occidentale.
Si valuta tra il milione e il milione e mezzo il numero delle vittime e altrettanti sopravvissuti dall’inferno dell’esilio; delle più di duemila chiese e di altrettante scuole armene in Anatolia non resta quasi traccia. La Turchia si limita ad ammettere un massimo di 300.000 vittime che attribuisce alle epidemie e ai disagi della guerra, rifiutando recisamente la responsabilità di uno sterminio deliberatamente programmato, nonostante le testimonianze dell’epoca siano tante e tali – diplomatici americani, tedeschi, missionari svizzeri, americani, tedeschi e scandinavi, ufficiali tedeschi ingaggiati come istruttori nell’armata ottomana – da rendere indifendibile la negazione del genocidio, peraltro formalmente riconosciuto nel 1987 dal Parlamento Europeo.
Il crollo dell’Impero russo di Nicola II lascia gli armeni privi della forza che aveva permesso di contrastare la Turchia nei territori orientali. Con la Pace di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, Lenin cede Batoum, Kars et Ardahan alla Turchia.

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